martedì 24 dicembre 2013

Natale ai tempi di Paolo Pulici

Quando ero piccolo, i miei non avevano tanti soldi. Da mangiare non mi è mai mancato, ma non abbiamo mai navigato nell'oro. A casa mia non c'era la bresaola, e raramente arrivava in tavola il prosciutto crudo. Nel panino si mettevano due fette di prosciutto o di salame, non di più

I miei Natali non sono mai stati ricchi, né di regali, né di manicaretti. La mattina di Natale trovavo i regali, in genere vicino al presepe. Li scartavo ed ero sempre contento. Non so perché, ma a me il proverbio "a caval donato non si guarda in bocca" non è mai servito, ce l'avevo impresso nel cuore.
Ovviamente sono stai i miei vecchi a insegnarmelo, e prima che potessi capirlo, l'avevo già imparato.

Un anno fu particolarmente duro, a vedere la pochezza dei doni che trovai. Ricordo soltanto che, per fare numero, mia madre mise tra i regali delle magliette di lana nuove, azzurre, con le costine. Era la fine degli anni Settanta o l'inizio degli anni Ottanta, e probabilmente andavano di moda. Non ricordo gli altri regali, sono passati trent'anni. Solo quelle magliettine della salute, dentro scatole di cartone con il coperchio trasparente. Forse c'erano anche delle mutande, di quelle bianche con le costine e l'apertura davanti, come si usavano mille anni fa, prima che la moda invadesse anche la biancheria intima, e secoli prima che le mutande degli uomini rimanessero fuori dai pantaloni e gli slip delle donne sparissero tra le chiappe.

Non so come, ma il mio cuore capì che c'era qualcosa che non andava, e che per una volta dovevo essere più bravo del solito.

Andai in camera dei miei e mia mamma aveva una faccia terribile, la faccia di un genitore che si vergogna di non essere stato all'altezza. Non so come feci, avevo otto o nove anni, ma capii che dovevo fare qualcosa, senza pensarci troppo. Dovevo toglierle dalla faccia quell'espressione. Partii a razzo.

Feci il più bel ringraziamento che abbia mai fatto per un regalo. Dissi che avevo proprio bisogno di quelle cose che avevo trovato, li ringraziai tanto e feci un bel sorriso di contentezza. Non fu difficile, stranamente quell'anno non me ne fregava niente di quello che avevo ricevuto. A volte intuiamo senza fatica che cosa è più importante. Esagerai un po', per essere sicuro

Devo dire che all'epoca dicevo un sacco di bugie, quindi la mia credibilità era scarsina. Nascondevo le mie malefatte da monello con fantasiose interpretazioni della realtà. Cercavo di aver ragione anche con l'inganno, perché il mio orgoglio era troppo forte per ammettere le mie colpe. Ero un ragazzino superbo e maniaco di protagonismo

In altri casi, invece, tendevo sempre a risolvere le cose raccontando alla gente quello che voleva sentire. Lo faccio ancora, a volte, dico alle persone delle cose solo per il gusto di farle sentire bene: mi piace augurare buon lavoro ai commessi dei negozi che non ne possono più di stare in negozio, oppure lodare l'eleganza di un'amica perché sia più contenta di quando si è guardata allo specchio, la mattina.
Però oggi non mento più, non ce n'è quasi mai bisogno, tranne che in casi gravi, e con persone a cui non tengo.

Lo stavo facendo anche in quel momento, direte voi. non è vero, almeno non del tutto. Stavo solo dicendo a papà e mamma, usando altre parole, la sacrosanta verità: erano, e ancora adesso lo sono, i migliori genitori del mondo.
Non dico che non abbiano mai sbagliato, ma lo sono perché mi hanno sempre amato incondizionatamente. E hanno sempre anteposto la felicità mia e di mia sorella alla loro. A volte non avrebbero dovuto. A volte non si sono accorti che quello che ritenevano giusto per me era dovuto a loro pregiudizi, errori di valutazione, paure.
Ma io so che mai, mai, mai hanno pensato a loro prima che a noi.

Non pensate che stia scrivendo una cosa da "La vita è meravigliosa". La mia famiglia ne ha passate tante, abbiamo avuto scontri, difficoltà, mille errori sono stati commessi. Ma qui volevo parlarvi di quel filo che ci ha sempre legato e che rimane saldo tra di noi: non ho mai dubitato dell'amore dei miei genitori.

Ma torniamo alla scena del delitto.
Mia madre pensò sicuramente che stavo esercitando la nobile arte della mistificazione, per una volta a fin di bene. Cercò di contraddirmi e mi disse che le dispiaceva di non avere fatto di più. Eh no mamma, qui stai proprio sbagliando, nessuno si deve permettere di dire che mia mamma poteva fare di più, nemmeno tu: io lo so il mazzo che ti fai per non farci mancare niente, lo so che rinunci a un sacco di cose per me, quindi non diciamo cavolate.

A quel punto sfoderai tutte le mie doti di piccolo ruffiano e la sfiancai di ringraziamenti. E lei... me lo ricordo bene, come fosse adesso... lei usò l'arma più micidiale che le mamme hanno per legarti a doppio filo, per sempre, mi tirò a sé con un secondo cordone ombelicale, il più saldo, l'indistruttibile.
Pianse.

Non mi ricordo come andò a finire, l'emozione di mia madre che piangeva fu letale per la mia memoria. Probabilmente l'abbracciai, oppure saltai nel lettone in mezzo ai miei due splendidi supereroi - all'epoca lo erano di sicuro. E di sicuro ci fu una situazione che gli spot del Mulino Bianco a confronto sono documentari sulla vita sessuale dei coleotteri. Ma non ricordo.
Le lacrime di mia madre invece le ho stampate nella mente, sì, perché quelle gocce salate mi dicevano che lei, la mia mamma, era commossa e felice per l'impresa del suo piccolo, spudorato adulatore, e che era certa, una volta di più, o forse definitivamente, che quel piccolo saputello l'amava, e l'avrebbe amata per sempre.

Buon Natale a tutti.

1 commento:

Marco Beri ha detto...

Gran bella storia, mia piccola vedetta lombarda :-)

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