martedì 31 dicembre 2013

Un certo Gilardi

Lisa ed io vorremmo fare una vacanza tra qualche settimana.
Un suo amico di Roma, anche lui nel mondo della pallacanestro, ci consiglia l'agenzia di un certo Gilardi a Roma.
Oggi sento Lisa che parla al telefono: "Ciao Enrico... certo Enrico... beh se i prezzi poi scendono aspettiamo ancora... sì il nostro budget è più o meno quello... va beh al limite cambiamo destinazione"
Dopo un po' il mio cervello comincia lentamente a muoversi. Il capotreno fischia e le ruote della locomotiva cominciano a muoversi cigolando... creek... ciuf ciuf... Enrico... ciuf ciuf... budget... ciuf ciuf... destinazione... ciuf ciuf... viaggio... ciuf ciuf... Gilardi... ciuf ciuf... Enrico Gilardi...tut-tuuuut!!!
Scusa Lisa chiedi se è per caso quell'Enrico Gilardi, l'ex giocatore... Ah è lui? PerlamiseriaEnricoGilardi!!! Campione d'Italia e d'Europa con il BancoRoma, campione d'Europa con la Nazionale a Nantes nell'83, argento olimpico etc etc... Insomma ENRICO GILARDI!!!
Mi sa che avremo una fattura nell'album degli autografi.

P.S. il correttore automatico di Android continuava a correggere Gilardi con Gilardino. È l'ennesima prova che non funziona come dovrebbe.

martedì 24 dicembre 2013

Natale ai tempi di Paolo Pulici

Quando ero piccolo, i miei non avevano tanti soldi. Da mangiare non mi è mai mancato, ma non abbiamo mai navigato nell'oro. A casa mia non c'era la bresaola, e raramente arrivava in tavola il prosciutto crudo. Nel panino si mettevano due fette di prosciutto o di salame, non di più

I miei Natali non sono mai stati ricchi, né di regali, né di manicaretti. La mattina di Natale trovavo i regali, in genere vicino al presepe. Li scartavo ed ero sempre contento. Non so perché, ma a me il proverbio "a caval donato non si guarda in bocca" non è mai servito, ce l'avevo impresso nel cuore.
Ovviamente sono stai i miei vecchi a insegnarmelo, e prima che potessi capirlo, l'avevo già imparato.

Un anno fu particolarmente duro, a vedere la pochezza dei doni che trovai. Ricordo soltanto che, per fare numero, mia madre mise tra i regali delle magliette di lana nuove, azzurre, con le costine. Era la fine degli anni Settanta o l'inizio degli anni Ottanta, e probabilmente andavano di moda. Non ricordo gli altri regali, sono passati trent'anni. Solo quelle magliettine della salute, dentro scatole di cartone con il coperchio trasparente. Forse c'erano anche delle mutande, di quelle bianche con le costine e l'apertura davanti, come si usavano mille anni fa, prima che la moda invadesse anche la biancheria intima, e secoli prima che le mutande degli uomini rimanessero fuori dai pantaloni e gli slip delle donne sparissero tra le chiappe.

Non so come, ma il mio cuore capì che c'era qualcosa che non andava, e che per una volta dovevo essere più bravo del solito.

Andai in camera dei miei e mia mamma aveva una faccia terribile, la faccia di un genitore che si vergogna di non essere stato all'altezza. Non so come feci, avevo otto o nove anni, ma capii che dovevo fare qualcosa, senza pensarci troppo. Dovevo toglierle dalla faccia quell'espressione. Partii a razzo.

Feci il più bel ringraziamento che abbia mai fatto per un regalo. Dissi che avevo proprio bisogno di quelle cose che avevo trovato, li ringraziai tanto e feci un bel sorriso di contentezza. Non fu difficile, stranamente quell'anno non me ne fregava niente di quello che avevo ricevuto. A volte intuiamo senza fatica che cosa è più importante. Esagerai un po', per essere sicuro

Devo dire che all'epoca dicevo un sacco di bugie, quindi la mia credibilità era scarsina. Nascondevo le mie malefatte da monello con fantasiose interpretazioni della realtà. Cercavo di aver ragione anche con l'inganno, perché il mio orgoglio era troppo forte per ammettere le mie colpe. Ero un ragazzino superbo e maniaco di protagonismo

In altri casi, invece, tendevo sempre a risolvere le cose raccontando alla gente quello che voleva sentire. Lo faccio ancora, a volte, dico alle persone delle cose solo per il gusto di farle sentire bene: mi piace augurare buon lavoro ai commessi dei negozi che non ne possono più di stare in negozio, oppure lodare l'eleganza di un'amica perché sia più contenta di quando si è guardata allo specchio, la mattina.
Però oggi non mento più, non ce n'è quasi mai bisogno, tranne che in casi gravi, e con persone a cui non tengo.

Lo stavo facendo anche in quel momento, direte voi. non è vero, almeno non del tutto. Stavo solo dicendo a papà e mamma, usando altre parole, la sacrosanta verità: erano, e ancora adesso lo sono, i migliori genitori del mondo.
Non dico che non abbiano mai sbagliato, ma lo sono perché mi hanno sempre amato incondizionatamente. E hanno sempre anteposto la felicità mia e di mia sorella alla loro. A volte non avrebbero dovuto. A volte non si sono accorti che quello che ritenevano giusto per me era dovuto a loro pregiudizi, errori di valutazione, paure.
Ma io so che mai, mai, mai hanno pensato a loro prima che a noi.

Non pensate che stia scrivendo una cosa da "La vita è meravigliosa". La mia famiglia ne ha passate tante, abbiamo avuto scontri, difficoltà, mille errori sono stati commessi. Ma qui volevo parlarvi di quel filo che ci ha sempre legato e che rimane saldo tra di noi: non ho mai dubitato dell'amore dei miei genitori.

Ma torniamo alla scena del delitto.
Mia madre pensò sicuramente che stavo esercitando la nobile arte della mistificazione, per una volta a fin di bene. Cercò di contraddirmi e mi disse che le dispiaceva di non avere fatto di più. Eh no mamma, qui stai proprio sbagliando, nessuno si deve permettere di dire che mia mamma poteva fare di più, nemmeno tu: io lo so il mazzo che ti fai per non farci mancare niente, lo so che rinunci a un sacco di cose per me, quindi non diciamo cavolate.

A quel punto sfoderai tutte le mie doti di piccolo ruffiano e la sfiancai di ringraziamenti. E lei... me lo ricordo bene, come fosse adesso... lei usò l'arma più micidiale che le mamme hanno per legarti a doppio filo, per sempre, mi tirò a sé con un secondo cordone ombelicale, il più saldo, l'indistruttibile.
Pianse.

Non mi ricordo come andò a finire, l'emozione di mia madre che piangeva fu letale per la mia memoria. Probabilmente l'abbracciai, oppure saltai nel lettone in mezzo ai miei due splendidi supereroi - all'epoca lo erano di sicuro. E di sicuro ci fu una situazione che gli spot del Mulino Bianco a confronto sono documentari sulla vita sessuale dei coleotteri. Ma non ricordo.
Le lacrime di mia madre invece le ho stampate nella mente, sì, perché quelle gocce salate mi dicevano che lei, la mia mamma, era commossa e felice per l'impresa del suo piccolo, spudorato adulatore, e che era certa, una volta di più, o forse definitivamente, che quel piccolo saputello l'amava, e l'avrebbe amata per sempre.

Buon Natale a tutti.

venerdì 13 dicembre 2013

Tatuaggi

Non capisco perché gli immigrati debbano essere tutti santi per alcuni e tutti criminali per altri.
Non capisco perché i partigiani debbano essere tutti santi per alcuni e tutti criminali per altri.
Non capisco perché gli ebrei debbano essere tutti santi per alcuni e tutti criminali per altri.
Non capisco perché i politici debbano essere tutti santi per alcuni e tutti criminali per altri.
Non capisco perché i preti debbano essere tutti santi per alcuni e tutti criminali per altri.
Non capisco perché i dobermann debbano essere tutti mansueti per alcuni e tutti assassini per altri.
Non capisco perché Daniele Luttazzi debba essere un genio per alcuni e solo un copione per altri.
Non capisco perché Matteo Renzi debba essere l'uomo del destino per alcuni e solo un altro arraffone per altri, ancora prima che abbia fatto qualcosa. Non parlo di ciò che dice, quello è criticabile o condivisibile già fin d'ora.
Non capisco perché gli americani debbano essere tutti santi per alcuni e tutti criminali per altri.
Non capisco perché l'Unione Europea debba essere esclusivamente una salvezza per alcuni e solo una sciagura per altri.
Non capisco perché ______________ debbano essere tutti santi per alcuni e tutti criminali per altri. Riempi tu con la parola che vuoi, vedrai che ne trovi di esempi.

Sto scherzando: in realtà lo capisco bene. Semplificare evita di ragionare e di avere dubbi. Meglio essere tifosi e avere convinzioni ferme, solide e incrollabili. Un bello slogan spegne il cervello, così, bello riposato, lo puoi occupare con il calcio e la figa se sei maschio, oppure con la moda e il gossip se sei femmina. Puoi pensare all'ultimo smartphone (anche qui la scelta è in base alla setta cui appartieni, Apple, Android o Nokia), all'ultimo televisore ultrapiatto, all'ultima moda: e se ti dico che è la stessa di trent'anni fa, ma che importa, ora è nuova, oppure è vintage, comunque è l'ultimo grido.
Una bella convinzione è come un tatuaggio. Una volta che lo fai, non cambia più, al limite con l'età si raggrinzisce un pochino, si confondono i contorni, ma tu lo sai che cosa ti eri fatto e per te è sempre lo stesso. Oppure ce ne fai sopra un altro, più grosso.


lunedì 9 dicembre 2013

Nostra Signora del fazzolettino

Facevo ancora l'università. Tutte le mattine andavo a Milano e ho visto la più varia umanità. Adesso abito a cinque chilometri dall'ufficio (e a seicento da casa, ma questa è un'altra storia), e raramente prendo i mezzi. Ieri mi è venuto alla mente un episodio di quelli che si stampano nella mia memoria anche se non vorrei.
I treni una volta erano dei carri bestiame. Ora tentano di sfoltirli chiudendo le fabbriche, ma le FS sono più veloci e accorciano i convogli. E siamo punto e a capo.
Quel giorno il treno si riempì completamente a Legnano, come sempre, e mi toccò come dirimpettaia una signora appena uscita dalle pagine di Cosmopolitan, dalle cui pagine aveva svaligiato la sua mise, mentre la spocchia l'aveva probabilmente perfezionata a un corso del Rotary.
Vestiva di bianco, e per preservare il candore della sua gonna estrasse un fazzolettino dalla borsa e lo passò sul sedile con cura. A un certo punto ricordo di aver dato come probabile una spruzzata di sgrassatore, ma la signora si limitò alla polvere, risparmiando le eventuali impurità aggiuntive.
Ripose il fazzolettino e perse tutta la mia attenzione. A questo punto avrete capito che la signora era un po' attempata e quindi tutti i suoi viaggi in boutique e profumerie non la rendevano interessante.
Dopo qualche fermata scese dal treno e fin qui tutto bene. Dopo cinque minuti mi resi conto che il fazzolettino era rimasto lì nell'angolo, a futura memoria.
Ma come, esci di casa "pittata come una sciantosa", fai tutta sta scena della pulizia, e poi finisci in bellezza con questo gesto di "vandalismo chic"? E dai!
L'apparenza non si limita a ingannare, ma rincoglionisce chi la insegue ossessivamente.

Sulle strade di Roma, quelli che...

Quelli che in scooter rischiano la vita per arrivare tre secondi prima.
Quelli che se c'è una corsia si mettono su due corsie, se ce ne sono due si mettono su tre, se ce ne sono tre sono fuori Roma.

Quelli che se vedono una fila si inventano tutti i modi per saltarla, e invece che figli di puttana, si credono ganzi.

Quelli che abitano vicino alla metropolitana, lavorano vicino alla metropolitana, ma al lavoro ci vanno in auto, spendono 20 € al giorno di benzina, e poi si lamentano che non arrivano a fine mese.

Quelli che se non c'è nessuno in strada vanno a velocità smodata, se c'è poca gente a velocità smodata, se c'è traffico a velocità smodata, ma 5 metri alla volta. Consumano più gomme e freni loro che la scuderia Ferrari, ma si lamentano che c'è la crisi.

Quelli che mi devono superare, non importa se davanti a me c'è uno a 20 metri, sono in terza corsia e sto andando a 130, loro DEVONO superarmi, è una questione d'onore, fosse l'ultima cosa che fanno nella vita. E allora si mettono in seconda corsia e mi si affiancano per superarmi, ma io - perfido - accelero e non ci passano. Allora passano in prima corsia, superano a destra il camion che sta in seconda, si rimettono in seconda, fanno per andare in terza, ma ci sono ancora io che non li faccio passare. E allora si buttano in tutti i pertugi che il traffico permette loro, passano in corsia d'emergenza, abbattono quattro birilli, ritornano in carreggiata, prima, seconda, terza corsia. Finalmente mi hanno superato. E felici come pasque, mi rimangono davanti, a trenta metri di distanza, per tutto il tragitto.

Quelli che, a furia di lampeggiare per superare chi si permette di rimanere in terza corsia, invece che umilmente spostarsi in seconda e fare passare le loro maestà, ad ogni Natale ricevono un biglietto di auguri dai venditori di lampadine per auto.

Quelli che vanno piano, ma piano, però in prima corsia non ci sono mai stati in vita loro, che nemmeno fosse il triangolo delle Bermuda, il Mar dei Sargassi e the Twilight Zone messi insieme.

Quelli che hanno comprato l'auto - usata - nel '95, ma l'ultimo tagliando l'hanno fatto nel '72. Alla caldaia di casa. Le loro auto emettono un fumo così nero che ti viene da pensare che vadano a carbone.

Quelli che sanno guidare solo loro, e allora spiegano il codice della strada - il loro- a tutti gli altri, rigorosamente in dialetto, facendo tremare i vetri dell'auto. Inutile dire che guidano meglio gli eschimesi bocciati all'esame della patente.

Quelli che anche se ci sono 5 gradi fuori (non succede spesso ma succede) vanno con il finestrino abbassato perché devono fumare la loro cazzo di sigaretta, a costo di ibernarsi.

Quelli che anche se ci sono 40 gradi, vanno con il finestrino abbassato perché devono fumare la loro cazzo di sigaretta, a costo di sudare anche le camicie appese nell'armadio, oppure di far fondere il motore del climatizzatore.

Quelli che, siccome abitano in centro a Roma, detto anche "il silos" per l'abbondanza di parcheggio e "Los Angeles" per la larghezza delle strade, vanno a comprarsi un SUV gigantesco con il quale devono fare manovra una svolta sì e una no.

Quelli che comprano le auto già con i bozzi, come i jeans con già i buchi. Effetto vintage? No, è che la macchina tutta intera gli dura qualche settimana.

Quelli che non importa se probabilmente andranno prima o poi a sfondare il culo della macchina davanti, loro devono assolutamente leggere le ultime novità su facebook, che sono tra l'altro per il 95%
- una frase celebre scritta su una foto di Snoopy
- Keep calm and whatever
- buongiorno a tutti
- oggi è lunedì, aiuto!!!
- oggi è venerdì: evvai!!!
- condivisioni di articoli di giornale
- bufale così bufale che ci puoi fare la mozzarella
- battute così squallide che quando le leggo mi devo mungere le ginocchia

Quelli che non sono di Roma, ci abitano da tre anni, ma non si sono ancora rassegnati alla pazzia che assale la maggior parte dei romani appena gli infili delle ruote sotto il sedere.

Parla italiano?

Era il 27 gennaio del 2012, lo ricordo perché era il Giorno della Memoria. All'epoca abitavo ancora a Parco Leonardo e andavo al lavoro in treno.
Ad un certo punto il vagone viene invaso da una scolaresca, che andava in centro a qualche commemorazione. I ragazzini sono delle elementari, ad occhio e croce. Difficile che mi sbagli, adoro i bambini e li so riconoscere. Sono abbastanza bravi, non fanno troppo chiasso e le maestre non devono nemmeno intervenire per farli stare tranquilli.
Nei pressi di Roma Ostiense, si preparano per scendere. Un ragazzino un po' cicciottello è in piedi vicino ad una compagna, una di quelle bambine da pubblicità delle bambole, avete presente, tutta codini e consapevolezza della propria beltà, di quelle che o mantengono la dolcezza dell'infanzia, o diventano delle mietitrici di ammiratori che sbavano quando vedono una che sa di averla d'oro e incrostata di pietre preziose.
Entriamo in stazione e il Casanova in erba - ma dico, non è che puoi aspettare almeno la pubertà a farti condizionare dal sesso femminile? - si premura di conservare l'incolumità della piccola, e in uno slancio di sollecitudine le dice "ARREGGITE CHE MMO' FRENA!". I miei amici romani scuseranno la grafia, ma devo dare un'idea agli altri dei suoni emessi dal novello Rugantino.
Una maestra, che non poteva non aver sentito, dal momento che il bimbo ha fatto tremare i vetri del treno con la sua potenza vocale, lo redarguisce: "Vogliamo parlare in italiano per cortesia?". Agli ordini signora maestra! Il piccolo non lo dice ma c'è un fumetto sopra la sua testa con queste parole, precise. Italiano? Non c'è problema!



"ARREGGITI!"


Ah beh così va molto meglio.

Storie di autobus

Marito e moglie seduti sull'autobus; bambina di cinque anni in braccio a lui. Sono in piedi di fianco a loro e non posso fare a meno di ascoltare quello che si dicono papà e figlia. È per questo che ho saputo l'età della bambina.
Sale sul pullman una signora, nemmeno tanto anziana. L'uomo si alza istantaneamente con la bimba in braccio e la fa sedere. Nel frattempo gioca e scherza con la piccola, che è educatissima e mi fa venire il diabete da quanto è dolce con il padre, che evidentemente adora.
Qual è la particolarità di questa storia? Il signore così cortese è un immigrato, probabilmente slavo, uno di quelli che vengono additati da molti come una minaccia per la nostra società.
No, non voglio fare un polpettone antirazzismo, voglio fare di più: voglio dire che le persone devono essere giudicate una per una, in base a come sono è non al luogo da cui provengono.
Solo così ci possiamo relazionare con gli altri, sceglierci gli amici e scartare le persone che non vanno bene per noi. Gli Italiani non sono tutti uguali, i romani non sono tutti uguali, i varesotti nemmeno. Siamo persone, e basta.
Rileggo quanto ho scritto e mi accorgo che non ho fatto nemmeno una battuta. Rimedio subito.
Oh, juventini esclusi :-)

Suole

Salgo sull'autobus e mi siedo davanti a un settore a quattro posti. Di fronte a me si siede un pischello con morosa a fianco. Appena seduto mette i piedi sul bordo del sedile davanti. La morosa non ha solo dei begli occhi, ha uno scatto di intelligenza e gli dice "Ma è necessario mettere i piedi su?". Il pischello,futuro onorevole, ribatte "Ma non c'è nessuno". A questo punto io, futuro pischellicida, intervengo e dico "La tua ragazza ha ragione, chi si siederà lì si sporcherà i pantaloni". Al che il futuro presidente del consiglio estrae il jolly: "Ma io non ho le scarpe sporche!". Lo finisco dialetticamente: "Sotto le suole sì, a meno che tu cammini galleggiando nell'aria.".
Il pischello leva i piedi e comincia ad amoreggiare con la povera vittima dei propri ormoni che gli sta a fianco. Ma scegliere uno con il pollice opponibile no? Fatti fare un tagliando al buon gusto.
Passano sì e no due minuti e il cervello da mosca del pischelloleso si dimentica del recente passato e rimette i piedi sul sedile.
In rapida sequenza valuto le seguenti ipotesi:
- gliene dico quattro
- ne dico quattro alla pischella detentrice di neuroni, abusivamente adoperata dal detentore di cranio sottovuoto. Magari lei riesce con la forza dei feromoni a comunicare qualcosa al folletto worwerk cranico, nel senso che se gli infili una cannuccia nel naso aspira la polvere.
- gli tatuo quello che devo dirgli a schiaffoni sulla pancia, così se se la guarda si ricorda qualcosa
- mi alzo e lo minaccio fisicamente, con un tono di voce bassissimo, totale calma apparente e il mio sguardo da killer brevettato.
- mi alzo e con nonchalance faccio un purè di ossa craniche. Tanto dentro non c'è niente. Devo solo stare attento all'effetto implosione.
- lascio perdere e aspetto che si presenti alle elezioni, rassegnato all'inevitabile decadenza del genere umano.
Opto per l'ultima ipotesi e scendo. Ciò mi permetterà di evitare l'ingiusto carcere riservato a chi si prende carico di aumentare l'intelligenza media mondiale.
Ma la prossima volta ho paura che non andrà così bene a me. A lui peggio di così non può andare.

venerdì 17 maggio 2013

Lucciole spente (Maddalena)

Ho visto,
nella notte senza stelle,
lungo viali senza innamorati,
davanti a macchine di sconosciuti,
ho visto vendere illusioni sieropositive;
guardavo, ma volevo scomparire.

Ho visto giovani occhi,
sopra vecchie occhiaie,
sopra volti apatici.
Corpi svogliati in vendita
su marciapiedi senza dignità.

Non si può tornare indietro,
non esistono catarsi né un sapone,
per lavarsi via l'odore
dell'ultimo cliente.

E mentre uomini senza volto
scrivono su di esse
le loro fantasie malate,
diventano un po' oggetti
e un poco fate
che prodigano emozioni
senza lieto fine
e cercano di essere carine.

Non si può tornare indietro,
non esistono catarsi né un sapone,
per lavarsi via l'odore
dell'ultimo cliente.

Questo è il testo di una canzone che ho scritto e cantato, più di vent'anni fa, sulle musiche del mio amico Lorenzo Milani. Devo dire che dopo tanto tempo mi piace ancora. Spero piaccia anche a voi.

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